Nella vita di ogni persona convivono tante vite, per me c’è sicuramente un prima e un dopo Vijayawada, ho incontrato UN MONDO ALTRO.
Mi ci sono accostata, con entusiasmo, dopo una proposta fattami dalla mia amica Antonella, pediatra, che aveva più volte vissuto questa esperienza.
Sono entrata in questa realtà in punta di piedi, consapevole di camminare su un terreno sacro, una cultura millenaria. Ho visto che tutti mangiavano con le mani, camminavano preferibilmente scalzi, le donne vestivano vestiti coloratissimi.
Osservando i bambini, veniva spontaneo paragonarli ai nostri occidentali, pensavo: “Bisognerebbe fare così, sarebbe meglio cambiare, proporre il mio, il nostro modello. Cercavo di stoppare i miei pensieri e ho cominciato a incontrare i volti dei bambini, delle ragazze, dei ragazzi, ho iniziato ad ascoltare, a mettermi in relazione con loro, ho cercato di capire.

Entro alla Babies Home, vengo colpita da una bambina dai grandi occhioni, sgranati che sembrano perduti, un po’ tristi; chiedo quanti mesi ha, mi viene detto che ha 8 mesi, io pensavo ne avesse 3 o 4, mi avvicino a lei e subito la prendo in braccio, non mi conosce, ma non dimostra nessuna resistenza. Il suo nome è Dusilla, scopro in seguito che è figlia di una giovane ragazza che lavora lì. È amore a prima vista, ha bisogno soprattutto di essere amata, coccolata, carezzata. I suoi occhi mendicano amore.

Un pomeriggio arrivo un po’ prima all’ambulatorio, mi siedo sulle scale, arrivano i bambini che vivono in Asha kiran, corrono felici, scalzi, sollevano la polvere rossa della terra. Cominciano a disegnare con le dita per terra un gioco che richiama quello della Campana, lanciano una pietra, saltellano su di un piede per raggiungere un posto più in là, le loro risa rallegrano l’atmosfera. Non servono giochi costosi, la creatività qui è fertile.

Mi siedo con le ragazze sieropositive, la luna illumina i loro volti, cerco di parlare con loro, nel mio stentato inglese, le invito a esprimere le loro emozioni, le loro fatiche, i loro desideri e progetti futuri, noto con piacere che tutte desiderano lavorare, avere una loro indipendenza economica. Sembrano però nascondere qualcosa, ci vuole tempo per conquistare la loro fiducia, tempo per abituare ad aprire il cuore.
Vi è la bellezza e la forza dello stare sempre assieme, del condividere sempre tutto, di dormire stretti a un altro bambino, da una parte e dall’altra però non vi è mai spazio per un momento di intimità, di riservatezza. Questo mi colpisce, lo scopro specialmente quando una ragazzina di 15 anni, durante i controlli sanitari, timidamente, scopre il seno mostrandomi un importante eczema all’areola, quella ragazza ha tenuto nascosto a tutti questa fastidiosa e dolorosa manifestazione per pudore? Di che cosa aveva paura?
Mi siedo a fare i compiti con dei ragazzini un po’ in difficoltà, il metodo di studio e di apprendimento all’inizio non lo capisco, imparano a memoria, riscrivono più volte le stesse cose. Osservo una bambina, non riesco a capire come possa scrivere, mi mostra la sua matita, è di circa 2 cm, rimango sbalordita pensando a tutti i colori, le penne, i pennarelli, i pastelli che ogni bambino occidentale possiede. Le porgo in dono la mia matita, mi chiede tre volte se proprio gliela regalo, scrive felicissima.

Mi alzo prestissimo per correre con i bimbi e i ragazzi del campus, come aveva suggerito il dermatologo, i maschi, in particolare, sono felicissimi di potersi sfogare, di correre liberi. Poi ci fermiamo, respiriamo a fondo, e li invito ad abbracciare gli alberi traendo forza da loro, si arrampicano veloci sino ai rami più alti.

Anche lo yoga della risata può aiutare a sciogliere i nodi, smorzare le tensioni tra di loro. Entri e vedi i loro volti tristi, arrabbiati e poi la risata illumina i loro visi.
C’è un ragazzo, di 19 anni, che ha deciso di non prendere più la terapia per l’HIV. Giorgia gli parla, cerca di convincerlo a riprenderla, lo mette di fronte alla terribile conseguenza che lo porterà in breve tempo alla morte. La sua decisione però è risoluta. Cosa lo avrà portato a questo?
Bambine abusate, ragazze figlie di una madre che le ha partorite a 12 anni, pidocchi che saltano liberi, scabbia, dry skin, la visita agli slum che mi fa piangere… quante storie di vita, in tutto questo prevale la bellezza di essere chiamata mummy, di sentirti sempre ringraziare.
Ti chiedi perché un bimbo che nasce a Vijayawada non ha le stesse opportunità di uno che nasce a Treviso, che ad un bimbo nato in India, non siano garantiti la soddisfazione dei bisogni primari per la sopravvivenza, la realtà è complessa…
Ringrazio l’associazione Mummy & Daddy di avermi dato questa opportunità di incontrare questo mondo altro e ringrazio i miei meravigliosi compagni di viaggio che mi hanno testimoniato generosità, accoglienza, grande calore umano.
Marilisa Cigoli
